Citofonare Billini

30/11/2007

Biografie possibili

Ideatore del TG3 prima della nascita della terza rete (chiedetevi perché), Tanielemaria J.R. Pamela Bobby Sue Ellen Billini, meglio noto come Taniele Billini, vive un'esistenza fatta di primi piatti e cassette, che a volte sono cassette per la frutta e a volte sono audiocassette. Laureatosi in Adolescenza a soli 24 anni, Taniele vive il suo momento migliore di sempre semplicemente tirandosi fuori dalle balle. Improvvisamente, Cecchetto lo nota e lo invita a firmare un contratto multimiliardario per la sua neonata casa discografica, la Emorroidi Records, in qualità di sosia di Edoardo Vianello, che si dice sia morto in un incidente nel 1966. Costretto quindi a cambiare nome nella seconda metà degli anni Sessanta in I Vianella, Taniele pubblicherà il suo primo album intitolato A dispetto di quanto si potrebbe intendere, “I†è il cognome, “Vianella†è il nome, album che verrà pubblicato in più parti, l'ultima delle quali - si dice - sia stata pubblicata due anni dopo che Taniele si sarà appropriato nuovamente del suo nome. Improvvisamente, Cecchetto lo nota di nuovo e gli chiede come stesse, quando ad un tratto, ma si dice che fu solo un pretesto per non salutare il produttore, ci fu l'intuizione: comunicare con il computer. Taniele passerà vent'anni della sua vita ad inventare il computer finché qualcun altro non avrà avuto l'intuizione giusta. Solo in quel momento Taniele inizierà ad interessarsi alla primordiale arte digitale, passione che lo accompagnerà fino agli ultimi giorni della sua vita. Morirà nel 1998 nel tentativo di completare la deframmentazione del suo computer dopo numerosi riavvii. Si dice che sia ancora vivo e si trovi in Africa come Jim Morrison e che Cecchetto abbia notato entrambi.

28/11/2007

Questa mattina a momenti rischiavo di far tardi all'appuntamento con la mia ragazza. Poi ho pensato: “ehi, ma io non ce l'ho una ragazza!â€, e sono andato a fare colazione più tranquillamente.

26/11/2007

A Flavio Insinna

Flavio Insinna,
ogni giorno quanta grinta, quanta esuberanza, quanto estro. Saltelli qua e là nello studio, ti muovi, ti giri, urli, stringi la mano, sei serio, sei felice, sei tutto quanto messo insieme.

Flavio Insinna,
ma quanto puoi pippà?

23/11/2007

La mia vecchiaia

Devo dire che la mia vecchiaia la vivo molto bene.
Mi alzo alle sei di mattina e aspetto che il mio compagno di stanza qui nella clinica si svegli anche lui. Nel frattempo, senza dare nell'occhio, me la faccio addosso; tanto c'è il pannolone. Da che mi sveglio fin quando ho finito si saranno fatte le otto e a quel punto ci devono per forza tirare tutti giù dal letto. Per farlo, sparano a palla delle musiche infernali che o le senti e ti tiri giù dal letto, o sei morto e non te ne frega niente. Per questo motivo qui abbiamo un gran numero di sordi che passano tanto tempo all'obitorio, coi parenti che chiedono loro qualche numero del lotto.
Non so a che ora, però arriva sempre e comunque ora di pranzo; una, due o tre volte al giorno non ricordo cosa mangio ma so per certo che è un bene. Per il resto non abbiamo una mazza da fare, se non giocare a briscola col mio compagno di stanza. Se poi è morto devo aspettare cinque minuti di più, giusto il tempo che me lo sostituiscano con uno vivo.
I momenti peggiori li vivo con i parenti, quando vengono a trovarmi prima di partire per le vacanze estive. Ogni volta mi portano qualche ragazzino che io non so né chi è, né da dove sia uscito. Faccio finta di essere divertito ma sia io sia il ragazzino – si vede dallo sguardo – ci auguriamo reciprocamente la morte, ben sapendo che presto l'avrà vinta lui. Tante volte cerco di farmela sotto per impaurirli e farli scappare, ma loro lo vedono come un simbolo della vecchiaia; faccio quasi tenerezza e allora rimangono lì e passano tutta l'estate a guardare lo schermo dell'ecocardiogramma del mio compagno di stanza; solo quando è morto, e di conseguenza la visione dello schermo si rende monotona, se ne vanno.
Solitamente se ci cambiamo da soli il pannolone, verso le sei e mezza (o le sette se c'è la replica del Grande Fratello alla televisione) ci danno la cena e poi ci serrano nella stanza. A questo punto, finché non ci addormentiamo, abbiamo due scelte: guardare anche noi lo schermo dell'ecocardiogramma, oppure vederci Raitre ad un volume bassissimo tant'è che occasionalmente il mio compagno di stanza, che è sordo, esclama un laconico “Che ha detto Mirabella?†nei momenti topici di qualunque trasmissione televisiva o anche dell'ecocardiogramma stesso.
In realtà sarei potuto anche fuggire da tempo, se solo non avessi venduto un mio rene.

21/11/2007

Il vero amore è come l'ultimo album dei Radiohead: bello, ma soprattutto gratis.

19/11/2007

Splinder annunci


Immagine. Hey, ecco perché sono sempre così sfortunato in amore!

16/11/2007

Intenditrice di blog

Ciao intenditrice di blog,
t'ho notato quella volta alla stazione del metrò,
tu la chiami metropolitana, io metro,
ma utilizziamo metrò per convenzione –
sai com'è: io sono blogghess e uso il mio dialetto
dialetto di blogghess intendo.

Una volta hai fatto di tutto per incontrarmi:
hai acceso il computer, hai messo l'adiesselle,
che io credevo fosse una marca di scarpe, una malattia, una sigla sindacale
e facciamo distinzione tra le tre cose,
perché a dispetto di quanto si possa pensare
non sono cose uguali.
Oh, per carpire le mie citazioni
hai addirittura deframmentato il computer:
se fossi un altro uomo direi: poesia.

Eppure io ero lì, a due passi da te,
mi hai invitato a mangiare una pizza margherita con le patatine
e le patatine erano sopra la pizza,
perché tu pensi che noi blogghess siamo strani,
che c'abbiamo le cose da dire, che guidiamo le opinioni,
ma noi blogghess vogliamo essere o forse siamo come te,
specie quando t'accorgi che tu, che sei blogghess da un attimo
c'hai già più commenti di me.

Vedi come siamo noi blogghess?, siamo tutti una fregatura:
scriviamo, scriviamo, e alla fine non c'abbiamo niente da dire;
come dire: cammino, cammino, ma 'ndo vado?
quindi è per questo che i blogghess scrivono poesie.

Quando tu scrivi una poesia
la gente non si accorge
che le parole fanno schifo
perché è troppo presa a capire
il significato dei ritorni a capo.

14/11/2007

Se incontri un serpente maculato, lo offendi se gli dici che sembra a strisce

Ecco, perché dovrei spiegare il senso delle cose? Secondo me, se non le spieghi è più fico. Fico del terzo tipo: quando a me chiedono di spiegare il significato delle frasi allora io, invece di dire che cosa vogliono dire, faccio così con le spalle e le allora le ragazze mi offrono la cena. Poi si fa tardi, mi dicono “andiamo a letto†ed io penso sia una buona idea. Difatti me ne torno a casa.

12/11/2007

In memoriam

Mi faccio un caffè nel bicchiere di carta
nelle autostrade americane non c'è una buca
mentre noi, qua, sul Raccordo
beh, anche dài, in fondo di che ci lamentiamo

il lavoro richiede caffeina però poi torni a casa
quando la tipa richiede attenzioni
non è che puoi scattare così per un niente
ci vuole una camomilla, a proposito

la Coca-Cola una volta era verde, anzi, no
era venduta sempre nera ma nella bottiglietta verde
perché doveva sembrare un medicinale, ma alla fine
sembrava un po' l'Amaro Montenegro

e chissà col tre e il diciannove che passano
come hanno fatto a inventare il tram:
metti che un giorno è deragliato un treno ed è finito per strada
ed uno, con una botta di culo
ha avuto l'intuizione e ha fatto soldi sugli errori degli altri.

09/11/2007

Io da piccolo vedevo che (come quando nelle poesie mettono il primo verso come titolo di una poesia senza titolo)

Io da piccolo vedevo che con la camomilla Bonomelli ti davano una specie di tessera che tu ci mettevi il dito sopra e la tessera si colorava. Se eri felice la tessera diventava verde; se eri incazzato, era nera (e lo eri pure tu); se eri invidioso diventava viola e se eri goloso finivi all'inferno (non ho resistito alla facilissima ironia, ma che ci volete fare, noi aspiranti blogghess ci illudiamo di far ridere con 'ste stronzate); e poi se non te ne fregava niente non si colorava e forse è stato questo il motivo del loro scarso successo: a nessuno gliene fregava niente di questo gadget del cavolo e allora la tessera ci rimaneva male, rimaneva sempre bianca e forse era proprio per questo che il pentapartito vinceva sempre ma non durava a lungo. Ma io ero piccolo e queste cose non le sapevo, anzi, non dovevo saperle. Il dubbio effettivamente sorge quando tu sei piccolo e inizi a misurare il tuo umore facendo affidamento su questa tessera. Sai come sono fatti i bambini – non che sono drogati, dài!, come sono fatti con i loro gusti, le loro preferenze alla tv, la loro spiccata propensione a tirare la coda ai gatti e l'altrettanto spiccata capacità di farsi menare dagli stessi gatti – dicevo, sapete no i bambini?, sì, lo sapete, lo siete stati, lo sarete prima o poi; insomma i bambini prendono come verità assolute le tessere Bonomelli, una cosa che forse, di questi tempi – permettetemi la critica, ma sì che me la permettete, anche perché non posso sapere se vi state lamentando – accadrebbe sempre più spesso con gli adulti, se ci fossero ancora le tessere Bonomelli in giro. Vabbè, la faccio breve, tanto questo post non è in differita, quindi posso fare tutti i tagli che voglio. Da bambino allora io mettevo il dito sulla tessera e diventava rossa. Il rosso non c'era nella lista dei colori, voleva dire che forse avevi la febbre o che dovevi controllare il conto in banca. Allora facevo uno sforzo e no, non diventava marrone, diventava nera. “Nera? Ma io non sono incazzato, porca puttana!â€, facevo io, e m'incazzavo. E allora quello voleva sicuramente dire che Bonomelli stava troppo avanti, leggeva il mio umore dell'immediato futuro, ma il troppo stroppia e a casa abbiamo cambiato camomilla.

Pubblicità. Questo post vi è offerto da Camomilla Carrefour, che pensa che la miglior pubblicità sia parlar male della concorrenza. E con Citofonare Billini, permettetemi, è andata sul sicuro.

07/11/2007

Senza titolo alla stazione Tiburtina

Ieri ero in giro per la stazione Tiburtina. Cioè, non è che ero in giro per i fatti miei o perché aspettavo il treno, ero in giro alla stazione Tiburtina perché ho scoperto che dalla Roma-Orte si vede il treno e allora io volevo sapere dove finisse quel treno – dove finisse nel senso dove arrivasse, non nel senso di lunghezza fisica del treno in sé – che so, io pensavo finisse – finisse in quel senso eh, non in quell'altro, mi raccomando – ad Andorra, in Lichtenstein o in altri posti che devi controllare su Google per sapere se li stai scrivendo giusti oppure no. Insomma ero tutto pronto già con i bermuda, le infradito ed il tipico abbigliamento di chi va in vacanza e alla fine mi sono ritrovato a Tiburtina, che non è né difficile da scrivere (sebbene una controllatina su Google uno gliela dà lo stesso, non sia mai hanno cambiato nome lì per lì, con queste città che migrano da una regione all'altra – che poi, apro una parentesi anche se l'ho già aperta – pensa ad una città che si sposta, migliaia di persone da una città all'altra, tutte insieme, cioè, deve essere bello credo, e chiudo la parentesi) dicevo, Tiburtina non è il Lichtenstein, se non altro per questioni igieniche, e allora tu pensi che sei solo coi tuoi problemi della vita, tipo quello di tornare indietro da dove sei venuto – sì lo so, basta prendere il treno al contrario, ma nell'impeto del momento non capivo che a Tiburtina non sempre è così semplice – inizi a pensare alle fiction che hanno fatto quella sui carabinieri, sulla polizia, sulla capitaneria di porto; e ho pensato: manca la finanza, una fiction che chiameranno sicuramente “lo scontrinoâ€, che ne so, qualcosa per fare della facile ironia da giornalismo. Poi passa il manifesto scorrevole che dice che c'è già ed è tipo la seconda serie. Vabbè, penso, allora faranno una fiction come si chiamavano venti anni fa, tipo Guerra e pace. Passa pure il cartello di quella. Oh, ho pensato, devo smettere di pensare, e la voce di me stesso nella mia testa ha detto che è vero, così come anche uno che passava mi ha confermato. O meglio, lui mi ha detto “so' tre quarti d'ora che te fai tutte 'ste pippe mentali, e piantala 'n attimo fijo mioâ€, da cui ne traggo una conferma. Penso.

05/11/2007

Considerazione porzione singola

Uno impara i ritornelli di paolone meneguzzone nostro perché sono come i titoli delle canzoni di maxpezzalone nostro. Tipo lui scrive una canzone che il ritornello fa: “na na na tu sei bella e ce lo sai / ma mi fa male tanto perché noi / siamo amici e tu non vuoi†e allora lui, giustamente, chiama la canzone Canzone che na na na tu sei bella e ce lo sai ma mi fa male tanto perché noi siamo amici e tu non vuoi. Dài, è vero, prendi Gli anni, prendi Sei un mito, prendi Dimmi come mai ma chi sarai per fare questo a me notti intere ad aspettarti ad aspettare teeee e poi basta perché la mia tolleranza a 'sta roba è già miseramente calata.