Mettiamola così: tempo fa la mia tipa ha vinto un grosso soprammobile; è un cane verde e nero, muso lungo e appuntito, coda schiacciata. O forse è il contrario, poi controllerò meglio. Pelo folto e con il gel; potrebbe indossare degli occhiali da sole, nessuno glielo impedisce, ma lui fa sfoggio dei suoi bellissimi occhi nocciola e limone, che stonano il doppio, sia come gusti di gelato che come colore. Nel complesso questo cane è immobile, fermo: per essere un soprammobile fa il suo lavoro.
Sta di fatto che la mia tipa ha vinto questo soprammobile ad un gioco orribile: il gioco del topo. Alle fiere di paese c'è sempre questo gioco che funziona più o meno così: tanta gente compra un biglietto con un numero sopra; viene poi liberato un topolino che, spaurito e indifeso, andrà a rifugiarsi in una delle tante tane contrassegnate da un numero. Se il numero della tana nella quale si è infilato il topo corrisponde al numero che possiedi, hai vinto.
Il problema è che le vecchiette sono agguerrite a tal punto da fare più rumore possibile per attirare il topo nei pressi della tana vincente: fanno rumore, si pestano tra loro, si rubano la pensione, alcune lottano nel fango. Altre sono fuori dalla mischia dopo poco tempo dall'inizio del gioco, avendo contratto vertiginosi debiti di gioco, e periranno nottetempo.
E il povero topo è lì, che guarda, non sa che fare, mentre la paura di morire lo assale. Il topo non vuole morire perché ha paura della morte; il topo giustamente non è un superuomo, così si nasconde perché non sa cercare aiuto o forse non vuole proprio cercarlo, confutando in parte ciò che ho appena scritto.
Il problema è che a me quel topo fa pena. Io lo capisco, e mi dispiaccio per la sua situazione; mi immedesimo. Vedo il mondo attorno a me che è un girone infernale di vecchiette che vuole darmele di santa ragione, che vuole farmi entrare nella propria tana, prendere l'ambito premio e scappare via più veloce che si può, possibilmente con la pensione delle altre vecchiette, crepassero tutte.
Qualche giorno fa la mia tipa era tutta in tiro per andare dal topo. Arrivati lì, mi sono assentato un attimo; la cosa non ha minimamente scalfito la sua concentrazione quasi mistica, che ignorava tutto se non il numero del biglietto, il topo e la tana nella quale doveva entrare.
Parte il gioco, si libera il topo.
“Fermi tutti!†gridò una voce. Oooh, esclamarono le vecchiette. “È Dio!, pentiamoci tutteâ€, gridò una vecchia riprendendo solerte a bestemmiare; “ma no, non lo vedi che è quello de I raccomandati?, che mi sa pure che è un po' ricchioneâ€, seguitarono altre, suscitando in me parecchio disappunto.
Perché la voce che gridò “fermi tutti!†era quella di Taniele, amici ascoltatori. Fu in quel momento che fondai il Fronte di liberazione del topo, da solo, vestito solo della mia dignità e di un sacco della spazzatura. Proseguii, spedito, a prendere il topo che mi guardava come per dire “il mio stilista preferito sarebbe stato Prince, se solo fosse stato donna, ma possiamo convenire sul fatto che da essere Prince a essere donna il passo non è poi così lungoâ€, ma che io interpretai come lo sguardo di gratitudine di un topo che da quel momento - sì, proprio dal momento in cui salì sulla mia gentile mano - sarebbe finalmente diventato un topo nuovo, un topo felice, un topo libero, un topo fiero di essere tale.
Corsi via prima che le vecchiette potessero spostarsi al tirassegno, comprare tre tiri e spararmeli addosso, mentre quell'enorme topo di diciotto chili, riconoscente, mi faceva le fusa riempiendomi il cuore.
E corremmo via, fino alla più lontana fogna comunale. Fu lì che lo lasciai, libero e felice nel suo ambiente naturale. Quanto a me, commosso e non ancora consapevole di aver realizzato una così buona azione, sentii il bisogno di andare a fare uno spuntino abbastanza tranquillamente. E difatti andai.