Questa mattina mi sveglio. Sì, mi sveglio sempre, ma questa volta mi sveglio di più e ad un orario minore. Da fuori si sente un rumore di stereo a palla; si sente rumore di serenata. Io penso che le serenate, come ci insegnano mamma e papà quando ci spiegano come diavolo abbiamo fatto ad uscire da lì sotto – noi bambini così grandi e loro mamme così piccole – vadano fatte la sera, non alle sei di mattina; ma è una mia opinione perciò, mosso a pietà , cerco di chiudere gli occhi pensando: “va bene, gli concedo altri dieci minuti, poi se non smette chiamo le guardieâ€.
Passa un po' di tempo e giustamente preso dai morsi della curiosità mi affaccio per reclamare il mio diritto ad urlare quanto o più dello stereo a palla. Scopro che tra l'altro di prima mattina gracchiamo uguale.
E insomma era un'Ape Piaggio, quelle dal tipico colore blu Ape Piaggio, riempita di casse, amplificatori, inutili orpelli da un lato e pomodori San Marzano essiccati dall'altro; una Rock and Roll Hall of Fame targata Napoli adibita a tempio delle serenate di Eros e Gigi. Al centro del poco spazio che rimaneva, adibito a piccolo palco, si ergeva l'innamorato di turno che tra l'altro rompeva alla mia tipa, destinataria della serenata, ma lei non la svegli nemmeno con la puzza di topo morto alle due e mezzo del mattino (anche perché di solito a quell'ora è ancora sveglia, credo). E insomma, dicevo, nel ruolo dell'innamorato questa mattina ci abbiamo un uomo anche forse affascinante, vestito di tutto punto, con i pantaloni stirati dello stesso colore della giacca; una camicia a righine bianche e verdi che unite insieme componevano un disegno tribale il cui intreccio dei vari motivi terminava nella grossa scritta “Loretta Goggi†al centro. Gliela avrei strappata a mozzichi sia per la rabbia di avermi svegliato sia per l'invidia. Il napoletano proprietario del triciclo a motore, unico spettatore a parte me, se lo guardava compiaciuto, in adorazione, mentre contava i venti euro in monete con cui era stato pagato. Cinque di quei venti euro erano per l'adorazione, secondo me.
Sopra il cravattivo, annodato come facevamo noi quando andavamo ai concerti di Jimmy Fontana, c'era questo giovane in verità un po' attempato, dalla faccia del tutto raccomandabile, bello, affascinante, dolce.
Era Piero Angela. No no, aspetta, mi stropiccio gli occhi, regolo l'appannamento, riapro gli occhi. Stavolta non era cambiato niente.
“Porca puttana Piero, ma che fai?†gli urlo io, gracchiando. Cerca di camuffare l'accento napoletano mentre canta Non dirgli mai. Lui si spaventa un po', ma si vede che l'occhietto è vispo come quello di un bambino che gode sapendo di averla combinata grossa. Scendo perché se tu alle sei e ventotto non puoi fare 'sto casino, allora forse è il caso che non lo faccio nemmeno io, che sto al secondo piano e se io tiro una secchiata d'acqua fredda a te per strada tu dal terzo piano la tiri a me, secchio incluso. Non so come ero vestito: scendo le scale infilandomi una giacca, un calzino, faccio il nodo alla cravatta e poi metto su la camicia. Ero vestito meglio di Piero Angela ma ero sporco di grasso come il napoletano.
“Piero, allora, smonta 'sta schifezza e vai a casaâ€, gli faccio io cercando di intimidirlo, ma niente. Gli faccio il rumore che si fa ai gatti quando cerchi di scacciarli via, niente. Rimane lì fermo, imbambolato a guardarmi. Capisco che c'è qualcosa che non va. Dice che ultimamente riesce a dormire solo in macchina, se non sente il rumore del traffico non ce la fa a dormire e lui ora s'è trasferito nei pressi di una stazione. Lui che le cose le sa, e io mi fido, lì per lì mi rivela anche il senso della vita. Faccio finta di niente e gli offro la colazione. Mentre cercava di fare amicizia con me mostrandomi il modo in cui Vittorio Gassman riusciva a mangiare i dolci viene finalmente rintracciato dal suo collaboratore Lorenzo Pinna, sudato, affranto, rassegnato. Sta lì un po' e si mette a raccontare che Piero sono tre mesi che fa così, la redazione è disperata e si scusa da parte sua. Non c'è problema, gli faccio, vi ammiro, capisco che ogni tanto un uomo possa essere preso dai suoi problemi al punto tale da fargli commettere delle sciocchezze, ma si sono fatte le sette e un quarto, non è possibile, deve pur aiutarsi da solo; lo sappiamo, ha reagito a ben peggio, quindi ora schiodate per favore, anzi, senza favore.
Capiscono che è il momento di allontanarsi quando sto per aprire il cofano della macchina e per tirare fuori il cric, perciò si allontanano correndo ad una velocità imbarazzante, mentre Piero, affannato, fa al suo collaboratore: “oh, però pure stavolta lo vedi che sono riuscito a rimedià la colazione? Te l'avevo detto Lorè, sto ancora troppo avanti, perché me volete caccià ?â€. Io, che a quel punto non avevo altro di meglio da fare, prendo il cric e mi metto a cambiare la ruota della macchina che avevo forato ieri sera. Ormai il sonno era bello che andato; speravo di svegliarmi, ma non è accaduto perché lo ero già .