Citofonare Billini

25/01/2009

Cats will know

In una società civile ed organizzata come quella degli animali, in cui i ritmi frenetici della vita moderna non permettono l'approvvigionamento di risorse specialmente per quanto riguarda le dispense alimentari, è fondamentale approntare una strategia alternativa che garantisca il mantenimento del benessere e la sopravvivenza della specie.
Poesse, infatti, che gli animali non facciano o non abbiano fatto in tempo diciamo, nelle epoche storiche, ad accumulare cibo, fare la spesa, arrivare sul retro del ristorante più vicino, e quindi abbiano inventato altri stratagemmi per mangiare, perché il mangiare è la base della vita, se non mangi non vai al bagno, se non mangi non ti riproduci, se non mangi non puoi avere il lavoro, se non mangi non vai all'università e al giorno d'oggi, con tutta la disoccupazione che c'è in giro, se non mangi non ti affaccerai mai nel mondo del lavoro.

Di cui quindi gli animali hanno avuto una scelta – consapevole, imposta o accisa, questo non posso sapero – ma l'hanno avuta e l'hanno scelta. La scelta è: se non si mangia ci mangiamo tra di noi. Però che succede: o ti riproduci in fretta e allora mangi però occhio, se prima non mangi non puoi riprodurti (l'avevo già scritto prima, non è che prima ho scritto questo e poi ho aggiunto quello sopra), oppure, se non puoi riprodurti, sei veloce. Ma a quel punto non è una questione di riproduzione, è una questione di velocità, di sopravvivenza. Vince il più veloce. Come il dito più veloce nel quiz Do via un milione di euro così, gratis, cioè, con prima una chiamata al costo di un euro al minuto. E questo tanto per dire che i gatti l'hanno saputo.

26/05/2008

Senza titolo

Le piante impollinano, lo sappiamo. I gatti, a loro modo, impollinano pure loro come possono. Ora succede che il destino di un gatto e quello di una pianta si uniscono.
No, non si impollinano a vicenda. Cioè, forse sì. Voglio dire, esiste il momento in cui il gatto va ad infrattarsi, inteso più come un ubriaco che in piena notte finisce nel fosso al lato della strada, piuttosto che come un ubriaco che esce nella brughiera dove non si vede a un passo per ritrovar se stesso.
Il vegetale impollina e il polline finisce sul gatto. Sono quelle pallette con quella specie di aghi che quando accarezzate il vostro gatto dite: “che schifo, è una zecca!â€, portate il vostro gatto dal veterinario e il gatto vi riprende perché gli avete fatto fare brutta figura.
Perciò la pianta impollina sul gatto perché il gatto, quando va ad impollinare a sua volta, si infratta, e non solo lascia che la pianta si riproduca, ma mi fa anche usare tutte le parole chiave che ho scritto nei paragrafi precedenti.
Io pensavo che le piante, nella loro poesia di piante, fossero incapaci di pensare e – so già che urterò la suscettibilità degli sprovveduti maggiormente sprovveduti – a pensare così tanto. E invece scopro che sono intelligenti come i gatti, che sono furbe come i gatti, che sono scaltre come i gatti, che forse avrebbero voluto spacciarsi per gatti, ma sono talmente intelligenti (come i gatti) che non sono gatti, sono piante, sono snob e se ne vantano.
E i gatti soffrono il paragone, perché la pianta che impollina sul gatto è intelligente, furba e scaltra e noi tutti scrittori e lettori di Citofonare Billini vogliamo rivolgerle i nostri più sentiti complimenti. Ma se è un gatto a impollinare su una pianta, allora subito noi tutti scrittori e lettori di Citofonare Billini siamo pronti a fare così col dito indice e dire “che stupido! Sta impollinando una pianta!â€.

26/10/2007

Storie vere (da una storia vera)

Per oggi accontentatevi di tre storie: poi scegliete la più vera.

Uno. Il mio gatto una volta non riusciva a scendere da un albero di limoni; non mi riconosceva più e allora per far finta che comunque mi voleva bene mi staccava tutti i limoni e me li faceva cadere. Carini i gatti no?, voleva regalarmi i limoni (che erano già miei).

Due. La mia tipa, che una volta non è riuscita a scendere da un albero di limoni, faceva un lavoro ed io un altro. Poi un giorno ci siamo incontrati e da quel giorno lei fa il mio lavoro ed io il suo. Il problema è che abbiamo solo il sentore che questo accada.

Tre. In treno un tizio mi crolla addosso, poi se ne va come niente fosse. Torna venti minuti dopo e distrugge una cappelliera di un altro passeggero che era lì per caso. La cappelliera intendo, non il passeggero. Cioè, anche il passeggero era lì per caso, o meglio, era un caso che fosse proprio lì dove poteva essere visto da tutti, anche da me. Oddio, ora “poteva essere visto da tutti†fa sembrare il tizio un criminale ed io mi scuso col tizio se l'ho dipinto come tale perché non volevo. Però magari il tizio era anche un criminale e allora è giusto che io abbia aiutato le autorità nel dipingerlo come tale, così l'ho contrassegnato dipingendolo e loro se ne accorgono prima. Ma tanto in Italia sui treni non controlla più nessuno.

08/10/2007

Senza titolo (da una storia vera)

Questa mattina mi sveglio. Sì, mi sveglio sempre, ma questa volta mi sveglio di più e ad un orario minore. Da fuori si sente un rumore di stereo a palla; si sente rumore di serenata. Io penso che le serenate, come ci insegnano mamma e papà quando ci spiegano come diavolo abbiamo fatto ad uscire da lì sotto – noi bambini così grandi e loro mamme così piccole – vadano fatte la sera, non alle sei di mattina; ma è una mia opinione perciò, mosso a pietà, cerco di chiudere gli occhi pensando: “va bene, gli concedo altri dieci minuti, poi se non smette chiamo le guardieâ€.
Passa un po' di tempo e giustamente preso dai morsi della curiosità mi affaccio per reclamare il mio diritto ad urlare quanto o più dello stereo a palla. Scopro che tra l'altro di prima mattina gracchiamo uguale.

E insomma era un'Ape Piaggio, quelle dal tipico colore blu Ape Piaggio, riempita di casse, amplificatori, inutili orpelli da un lato e pomodori San Marzano essiccati dall'altro; una Rock and Roll Hall of Fame targata Napoli adibita a tempio delle serenate di Eros e Gigi. Al centro del poco spazio che rimaneva, adibito a piccolo palco, si ergeva l'innamorato di turno che tra l'altro rompeva alla mia tipa, destinataria della serenata, ma lei non la svegli nemmeno con la puzza di topo morto alle due e mezzo del mattino (anche perché di solito a quell'ora è ancora sveglia, credo). E insomma, dicevo, nel ruolo dell'innamorato questa mattina ci abbiamo un uomo anche forse affascinante, vestito di tutto punto, con i pantaloni stirati dello stesso colore della giacca; una camicia a righine bianche e verdi che unite insieme componevano un disegno tribale il cui intreccio dei vari motivi terminava nella grossa scritta “Loretta Goggi†al centro. Gliela avrei strappata a mozzichi sia per la rabbia di avermi svegliato sia per l'invidia. Il napoletano proprietario del triciclo a motore, unico spettatore a parte me, se lo guardava compiaciuto, in adorazione, mentre contava i venti euro in monete con cui era stato pagato. Cinque di quei venti euro erano per l'adorazione, secondo me.

Sopra il cravattivo, annodato come facevamo noi quando andavamo ai concerti di Jimmy Fontana, c'era questo giovane in verità un po' attempato, dalla faccia del tutto raccomandabile, bello, affascinante, dolce.
Era Piero Angela. No no, aspetta, mi stropiccio gli occhi, regolo l'appannamento, riapro gli occhi. Stavolta non era cambiato niente.

“Porca puttana Piero, ma che fai?†gli urlo io, gracchiando. Cerca di camuffare l'accento napoletano mentre canta Non dirgli mai. Lui si spaventa un po', ma si vede che l'occhietto è vispo come quello di un bambino che gode sapendo di averla combinata grossa. Scendo perché se tu alle sei e ventotto non puoi fare 'sto casino, allora forse è il caso che non lo faccio nemmeno io, che sto al secondo piano e se io tiro una secchiata d'acqua fredda a te per strada tu dal terzo piano la tiri a me, secchio incluso. Non so come ero vestito: scendo le scale infilandomi una giacca, un calzino, faccio il nodo alla cravatta e poi metto su la camicia. Ero vestito meglio di Piero Angela ma ero sporco di grasso come il napoletano.

“Piero, allora, smonta 'sta schifezza e vai a casaâ€, gli faccio io cercando di intimidirlo, ma niente. Gli faccio il rumore che si fa ai gatti quando cerchi di scacciarli via, niente. Rimane lì fermo, imbambolato a guardarmi. Capisco che c'è qualcosa che non va. Dice che ultimamente riesce a dormire solo in macchina, se non sente il rumore del traffico non ce la fa a dormire e lui ora s'è trasferito nei pressi di una stazione. Lui che le cose le sa, e io mi fido, lì per lì mi rivela anche il senso della vita. Faccio finta di niente e gli offro la colazione. Mentre cercava di fare amicizia con me mostrandomi il modo in cui Vittorio Gassman riusciva a mangiare i dolci viene finalmente rintracciato dal suo collaboratore Lorenzo Pinna, sudato, affranto, rassegnato. Sta lì un po' e si mette a raccontare che Piero sono tre mesi che fa così, la redazione è disperata e si scusa da parte sua. Non c'è problema, gli faccio, vi ammiro, capisco che ogni tanto un uomo possa essere preso dai suoi problemi al punto tale da fargli commettere delle sciocchezze, ma si sono fatte le sette e un quarto, non è possibile, deve pur aiutarsi da solo; lo sappiamo, ha reagito a ben peggio, quindi ora schiodate per favore, anzi, senza favore.
Capiscono che è il momento di allontanarsi quando sto per aprire il cofano della macchina e per tirare fuori il cric, perciò si allontanano correndo ad una velocità imbarazzante, mentre Piero, affannato, fa al suo collaboratore: “oh, però pure stavolta lo vedi che sono riuscito a rimedià la colazione? Te l'avevo detto Lorè, sto ancora troppo avanti, perché me volete caccià?â€. Io, che a quel punto non avevo altro di meglio da fare, prendo il cric e mi metto a cambiare la ruota della macchina che avevo forato ieri sera. Ormai il sonno era bello che andato; speravo di svegliarmi, ma non è accaduto perché lo ero già.

25/05/2007

Questa mattina sotto casa mia c'era Piero Angela.
Mi ha citofonato.
Ha aspettato un po', poi ha citofonato di nuovo. Mi affaccio e mi chiede il numero della mia tipa. Io pensavo chissà cosa volesse farci con la mia tipa, invece mi sono ricreduto: se la voleva proprio rimorchiare.

01/03/2007

Sono un fallito. Niente mi riesce.
L'altro giorno stavo per investire i Pooh, ma ho frenato prima.

24/08/2006

Molto probabilmente tu andrai per la tua strada ed io per la mia (da una storia vera)

Un mio amico, (ma io non ho amici, solo che quando cammino per strada sei sempre a stretto contatto con i passanti, e allora ti capita di camminare al loro fianco e finisce che ti immedesimi nella parte dell'amico; magari finisce che anche il passante si abitua, sul momento ti parla degli affari che lo riguardano, poi pausa, ti guarda con l'occhio interrogativo, le sopracciglia interrogative, la bocca interrogativa, le orecchie interrogative, insomma con l'aria interrogativa e ti dice: “ma a chi cazzo ho parlato?â€), dicevo, un mio amico era lì che mi parlava delle sue avventure bellissime. Il mese scorso è stato in un paesino sperduto in uno stato abbastanza grande che non posso nominare perché gli avvocati accanto a me dicono di no, ma se digito abbastanza veloce posso dirvi che la parola “noccioline†alcune volte è un insulto (e con questo capite anche la mia velocità di battitura. So' troppo forte).

Insomma, questo mio amico (ma io non ho amici, solo che ho già scritto quello che succede quando cammino) mi ha raccontato che durante le sue vacanze ha visto l'alba appeso ad una corda di quelle per il bungee-jumping che si usano per molleggiare giù dai ponti, (al che ho chiesto: “come Roberto Calvi?†e mi è stato risposto: “più o meno, però vivi e a testa in giùâ€). Bellissimo, mi fa, e mi ha detto che tutti i suoi amici (veri o fasulli come i miei non si sa, ma la sua aria non era riconducibile a un qualche segno di punteggiatura) hanno in programma di farlo nelle vacanze a venire.
Quando finalmente ha tossito io gli ho potuto dire che anche io ho visto l'altro giorno ho visto un tram trainato da un furgoncino. Mi ha cambiato la vita. Non capita tutti i giorni di vedere un tram trainato da un furgoncino; prima di vederlo nemmeno avresti mai creduto possibile che all'occorrenza un tram e un furgoncino possano essere appiccicati.
Ho cercato di strappargli un parere a riguardo, ma quando mi sono girato mi sono accorto che io ho tirato dritto e lui era entrato nella stazione della metro; e così non so nemmeno se io sono stato suo il amico o lui il mio.

19/12/2005

Morte di un panino (da una storia vera)

E così, l'altro giorno sono stato a casa di due miei zii comunisti molto ricchi, i quali abitano in una strada privata ed hanno il posto auto riservato e privato. Si conobbero da giovani, quando lui era un violento e lei aveva occhi solo per uomini grandi quanto a un contenitore per Gabibbi. Si dice in giro che, per conquistarla, lui le avrebbe detto: "Amo', pe' te menerebbe puro a Berlinguer", dove per "a Berlinguer" intendeva "A. Berlinguer", peraltro sbagliando sia nella forma che nel nome.
Eravamo lì che si mangiava qualcosa e si parlava del Più e del Meno, che sono due compagni di legnate del mio zio quello grande, quando accadde l'irreparabile: il mio panino - fragranza dei palati, sapore della terra - cadde a terra. Sentivo già rumore di ossa rotte, quando ho avuto la genialata.
Ho spiegato un brillante progetto da realizzare col mio panino. Sai che si fa? Lo diamo a Veltroni. Sai com'è, ho spiegato, Veltroni sta facendo la sua Milano 2 di scuole in Africa, quindi lì ci va spesso, conosce gente, ha i suoi agganci diciamo. Allora sai che faccio? Si va da Veltroni e gli si dice: Veltroni - e fin qua ci siamo - questo è il mio panino. Adesso che vai in Africa tu questo glielo dai a un bambino di quelli che gli costruisci la scuola. Gli dici: "questo te lo manda Taniele, gli è caduto tre o quattro mesi fa, vedi se è buono, altrimenti o lo mangio io o lo impastiamo col cemento delle scuole"; il bambino risponderà più o meno "ok", "ugh" oppure "capito", che in africano vuol dire "embè?", e poi il panino saprà finalmente di che morte deve morire.
"Bravo" - mi ha detto lo zio anzi il zio, come dice sempre lui, peraltro sbagliando - "e io che ti credevo democristiano". Che vuoi dire?, gli ho risposto, non ho nemmeno fatto la cresima.

Che poi mio zio non lo so se è proprio comunista. Lui è ortofruttivoro, la carne non la mangia per niente, manco il pesce o qualunque cosa pensante. Forse mangerà solo i bambini stupidi.